Le case e gli uomini di Viareggio

Viareggio è stata concepita dall’architetto Nottolini come una piccola Chicago,  come una scacchiera ma rettangolare che dal mare si sviluppa verso l’interno, le strade hanno un senso nord sud ed est ovest. I primi nomi delle vie sono inventati dai nostri bisnonni e poiché vivevano sul mare e di mare, avevano un grande rispetto dell’ambiente cosicché la toponomastica si avvale degli elementi naturali che da sempre hanno fatto da cornice a questo paesaggio, dunque nasce via della Luna, via delle Stelle, via delle Pinete. Le case, da quinta a quinta, sono basse, al massimo di due piani, il terrestre e il primo. Un piccolo corridoio porta all’orto e alla casetta costruita in fondo. Nell’orto vi sono alberi di fico, salvia e rosmarino e spesso vengono coltivati ortaggi che spandono il profumo nell’aria. Le case sono tutte uguali, i colori delle facciate presso che del colore della sabbia, ora più calda, ora più fredda. Questa consuetudine dimostra il valore della comunità, tutti siamo simili, con le stesse istanze, gli stessi sogni, le stesse ambizioni. C’è un grande senso di solidarietà e di fiducia, la chiave viene lasciata nella toppa, non esistono ladri, il futuro è consolidato da qual pensiero comune di vivere serenamente nel lavoro, nell’educazione dei figli, nell’amore e negli affetti. Quando una famiglia subisce una tragedia, come la morte di un proprio caro, tutta la cittadinanza si stringe attorno per alleviarne il dolore, per consolare, per aiutare. Le facciate delle case hanno un’impostazione di stile neoclassico, il balcone ha una ringhiera di ghisa, le finestre e le porte hanno delle lesene e architravi come le case fiorentine, le persiane però, che di solito sono verdi, qui assumono colori del mare, come se fossero tuffate in questo vitale elemento e ne abbiano conservato il colore. Non ci sono automobili nelle strade, si gode il paesaggio urbano in tutta la sua interezza tanto che molti pittori ci hanno lasciato opere dove regna il silenzio, nella prima mattina quando la luce fredda investe le case ed ancora la luna nel cielo, o la sera quando tutto si colora d’arancio e il sole, lentamente, si tuffa nel mare.  Il grande tessuto urbanistico del centro città è fatto così mentre sulla passeggiata e il viale a mare c’è un tripudio di stili, di generi architettonici che vanno dal liberty all’eclettico, diverse culture s’incontrano grazie alla conoscenza dei viareggini che navigano e ogni volta portano nelle loro case tutto ciò che hanno imparato, visto, conosciuto.  Viareggio si presentava come un grande paesone circondato dalle Apuane luminose, da pinete verdeggianti, e da una spiaggia fatta di “poggioni” e dune, di ginepri e prunaie. Un paese circondato da immensità, odoroso di tamerici e oleandri. La vita di questa città si svolge così per lunghi anni finché arriva la guerra, molte case vengono distrutte dalle bombe e rimangono così, diroccate, per tanto tempo. Occhi neri in luogo di porte e finestre fanno intravedere le macerie all’interno. Poco a poco vengono demolite, si ricostruisce nuovamente.  L’evento che delinea la differenza del vivere, avviene però per un altro fenomeno, il boom economico degli anni sessanta. Il piano regolatore del 1964 stabilisce regole che faranno molti danni: vengono immessi gli indici di costruzione e cioè si può costruire un grosso volume di un fabbricato se il terreno è molto ampio; la casa a due piani precedente non ci sarà più, al suo posto un palazzotto di quattro piani con altrettanti appartamenti. Il segno architettonico viene svilito, adesso serve un altro concetto, quello del profitto, quindi sparisce quel neoclassicismo, tutto è squadrato, ingegneresco, il cemento armato prende il posto dei mattoni, i terrazzi hanno i parapetti pieni, le abitazioni diventano come dei fortini in cui chiudersi. L’anonimato impera, non si conosce più il vicino di casa, i portoni hanno chiusure di sicurezza, si privilegia il “mio” e non più il “nostro”. La comunità dunque si disgrega. Non ci sono più le donne, le sere d’estate, la sedia davanti casa a raccontare le comuni storie, adesso anche fisicamente non si può più, per la sosta delle auto.  Quei portoni in legno intarsiato con delfini e draghi protettori della casa, con le loro lunette dove spesso venivano costruite le inziali del capo famiglia, vengono smantellati.  Al loro posto anonimi portoni di alluminio sempre eterni perché non si deteriorano, viene esaltato il pragmatismo, la convenienza, si rinuncia all’eleganza, alla bellezza del pezzo unico, tutto diviene sottomesso ad una omologazione generalizzata.

Nasce da questo periodo il vero primo guasto alla città, alla sua architettura, al suo tessuto urbanistico e questa tendenza dura ancora per molti anni finché non si capisce l’importanza della correlazione tra individuo e luogo in cui abita, l’identificazione di una coscienza umana e il suo habitat. Così vanno le cose nel mondo, ci si accorge dell’errore quando è sempre troppo tardi. Oggi la nostra percezione dell’ambiente in cui viviamo è fortunatamente cambiata, c’è la volontà di un ritorno a quegli elementi del vivere che furono dei nostri padri e questa pandemia del corona virus che dolorosamente viviamo, ce l’ha ricordato.

Angelo Dionigi Fornaciari

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