L’ A N A M O R F O S I..di Marco Polloni

L’anamorfosi (dal gr. Anamòrfosi – composto di ana e mòrfosis = formare di nuovo / forma ricostruita), da cui anamorfismo, è una sorta di illusione ottica che si ha quando un’immagine,
tramite metodo geometrico proiettivo, viene proposta su un piano in modo distorto, a tal punto da rendere riconoscibile l’oggetto rappresentato solo se osservato da un predeterminato punto di vista, o in altro caso attraverso l’uso di un apposito strumento deformante detto anamorfoscopio.
Tale procedimento di deformazione di una figura deriva direttamente dal metodo geometrico della prospettiva che iniziò ad essere studiata e applicata scientificamente nel XIV sec. da artisti, quali Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Masaccio, Piero della Francesca …… . La prima descrizione abbastanza compiuta relativa all’anamorfosi è rintracciabile nel Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, nel quale è descritta la tecnica costruttiva dell’anamorfosi che si ritroverà in certe trattazioni successive.
Quindi, c’è da ammettere che l’anamorfosi nasce come una sorta di esplorazione delle possibilità offerte dal quadro prospettico. Secondo Jurgis Baltrusaitis (1903 – 1988) la radice dell’anamorfosi potrebbe essere antica, come evoluzione delle correzioni attuate dagli artisti per correggere gli inganni percettivi. Un metodo con il quale è possibile ottenere l’uniformità per mezzo della difformità e la stabilità mediante lo squilibrio.
Il Rinascimento elevando a potenza le possibilità proiettive dell’assetto prospettico, userà tali possibilità, non solo come mero strumento per mezzo del quale ottenere una corretta
rappresentazione dello spazio naturale ma anche come mezzo per ottenere spazi illusori.
Tra il XVI e il XVIII secolo assistiamo ad una notevole produzione di trattati sulla prospettiva, tra i quali alcuni entrano anche nello specifico relativo all’anamorfismo, come ad esempio: “La pratica della perspettiva” (1568) di Daniele Barbaro, nella quale tratta anche di quelle pitture – “nelle quali se non è posto l’occhio di chi le mira nel punto determinato ci appare ogni altra cosa che quella che è dipinta, che poi, dal suo punto veduta, dimostra quello che è veramente fatto secondo la intenzione del pittore” -.
Tra le varie possibilità di esempi, forse anche più esplicitamente adatti in funzione di quanto detto, ho inserito nella presente tavola illustrativa, “Gli Ambasciatori” di Holbein, anche perché tale opera si presta ad una lettura piuttosto intrigante. Nel dipinto, del 1533, sono ritratti, a grandezza naturale, due illustri personaggi (Jean de Dinteville, signore di Polisy 1504-1555 a sinistra e Georges de Selve 1508-1541 a destra), entrambi i personaggi sono ritratti, con postura signorile, in un contesto scenografico arricchito da oggetti, posti su due diversi ripiani, relativi al mondo del sapere.


Sul ripiano superiore, dove i due poggiano il gomito, sono rappresentati strumenti legati alla gnomonica e all’astronomia, insieme ad un globo celeste; sul ripiano inferiore troviamo invece un globo terrestre insieme a strumenti terrestri. Lo scaffale, quindi, diviene simbolo dei due mondi, il mondo terrestre sotto ed il mondo celeste sopra; a complemento dimostrativo della condizione umana legata a tali mondi che implicano anche il senso religioso a sfondo escatologico, si ri-vela, nell’angolo in alto a sinistra, seminascosto tra il panneggio della tenda, il Crocifisso.
L’insieme della rappresentazione rimanda, dunque, al concetto di “vanitas”, una sorta di “memento mori” da cui traspare la caducità della vita nella speranza escatologica ( il fine ultimo) di una continuazione che trascende dalla vita terrena verso la vita nel mondo celeste eterno; a tutto questo si aggiunge l’indecifrabile strana forma in primo piano, che da un preciso punto di vista assume la rigorosa forma di un teschio – simbolo di caducità e consunzione.
Come annotato da Baltrusaitis, il dipinto fu collocato in una grande sala di fronte ad una porta e vicino ad un’altra, quindi sono stabiliti due punti di vista; quando il visitatore entra dalla porta frontale, vede i due personaggi che si stagliano sullo sfondo e quello strano oggetto o macchia indecifrabile ai loro piedi. Sconcertato il visitatore si avvicina e mentre sta per entrare nella porta a destra del dipinto, gira la testa per un ultimo sguardo, e in quel momento per effetto della contrazione visiva, cioè della vista in scorcio, viene fuori la figura nascosta, il teschio; mentre i due personaggi tendono a svanire con tutto l’apparato scientifico, appare ben definito dalla deformità il massimo simbolo del nulla.
Un altro tipo di anamorfosi è quella ottenuta per riflessione su superfici specchianti coniche, cilindriche… come avviene nella rappresentazione di Simon Vouet: “Otto satiri ammirano
l’anamorfosi di un elefante”. I satiri rimangono esterrefatti di fronte a quello che appare loro come un effetto magico, quell’immagine apparentemente distorta sul piano, che sembra non avere senso, per effetto della riflessione sul cilindro si forma di nuovo, l’anamorfosi è compiuta.
Sotto per chiarire meglio vediamo la lettera K riflessa sul cilindro (l’anamorfoscopio) che la rivela.

Prof. Marco Polloni

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